20/05/2011 14:07

L'assistenza agli anziani non autosufficienti tra passato e futuro

Il dibattito sulla possibilità per l’ente pubblico di sostenere la spesa per l’assistenza e l’evoluzione degli interventi nelle diverse Regioni


Nel luglio 2010 l’Esecuti­vo ha presentato il proprio “Rapporto sulla non auto­sufficienza”, dove, dopo una parte di analisi della situazione attuale, avanza la propria proposta per il futuro dell’assistenza continuativa in Italia. La proposta riprende quanto affer­mato nel precedente Libro bianco sul futuro del modello sociale “La vita buona nella società attiva”, pubblicato nel maggio 2009, e pre­senta un punto di vista oggi condi­viso da molti osservatori. Il Rapporto, dopo aver sottolineato l’inadeguatezza delle risorse pub­bliche attualmente dedicate, indi­vidua la strada da seguire non nel loro incremento, bensì nello svilup­po dei fondi integrativi privati. Si tratta di varie forme di assicura­zione collettiva contro il possibile insorgere della non autosufficienza e ne beneficiano gli appartenenti alle categorie professionali che le inseriscono nel proprio contratto collettivo, a livello aziendale o di settore. Tra quelle esistenti, gli esempi più noti riguardano i contratti collettivi dei dipendenti delle assicurazioni e dei bancari: prevedono l’erogazione di un contributo economico ai pen­sionati e ai lavoratori del settore, con regolarità, in tutto l’eventuale periodo di non autosufficienza.


Esiste un futuro per l’assistenza pubblica agli anziani non autosufficienti?
In nessun paese europeo, però, soluzioni simili hanno conosciuto un’ampia diffusione e il risultato migliore l’ha ottenuto la Francia, dove viene coperto il 10% della popolazione. In Italia, nel 2009, le persone assi­curate erano circa 320.000 ma il fermento in atto in questo ambi­to fa prevedere un’espansione nei prossimi anni (Rebba, 2010). Le stime sulla crescita attesa sono discordi, le più ottimistiche ipotiz­zano una copertura del 15% della popolazione entro il 2020 e non esistono ipotesi di diffusione ulte­riore in seguito. Si tratta, quindi, di una risposta per una parte minoritaria degli italiani. Il dibattito scientifico internazio­nale concorda nel ritenere che lo sviluppo dei fondi integrativi non possa costituire la risposta princi­pale alla crescente presenza della non autosufficienza, dovuta all’in­vecchiamento della società. Non ci si può attendere, infatti, che arrivino a coprire la parte mag­gioritaria della popolazione, anche mettendo in campo tutti i possibili incentivi (a partire dalle agevolazioni fiscali, peraltro già esistenti in Italia).


Tre ragioni, in varia misura, lo impediscono
- Primo: molte persone non vengono assicurate a causa della loro condi­zione lavorativa (accade sempre se non rientrano in un contratto collettivo o non lavorano proprio; accade spesso se non hanno un impiego stabile, non sono dipen­denti o non operano nei servizi).
- Secondo: altre hanno difficoltà ad accedervi perché più avanti nell’età o per le condizioni fisiche (pre­senza di patologie sanitarie e/o maggiore probabilità di diventare disabili).
- Terzo: mantenere i fondi in equili­brio finanziario nel tempo è complicato (per le peculiarità della non autosuf­ficienza e per l’i­nevitabile crescita della percentuale d’iscritti anziani). 


I Pilastri sui cui costruire
Dunque, è neces­sario sviluppare i fondi ma con una funzione comple­mentare a un mag­gior impegno pub­blico, sapendo che quest’ultimo potrà comunque coprire, nella migliore delle ipotesi, una parte circoscritta dei bisogni. E tenendo a mente che i fondi integrativi si sviluppano maggiormente proprio laddove si potenzia la responsabilità pubblica e le due modalità di finanziamento vengono collegate, come dimostra il caso francese. La proposta governativa riprende il dibattito sui fondi integrativi in sanità. Qui il “primo pilastro”, cioè il Servizio Sanitario Nazionale, esiste ed è quindi auspicabile costruire il “secondo pilastro” (i fondi integra­tivi, appunto), forme assicurative in cui veicolare le tante risorse che le famiglie oggi spendono privata­mente, così da utilizzarle meglio. Nell’assistenza agli anziani non autosufficienti, invece, si deve ancora dar vita al “primo pilastro”, cioè a un sistema pubblico degno di questo nome. La situazione dei conti pubbli­ci impedirà, probabilmente, di ampliare gli interventi nel biennio corrente ma questa non è un’esi­genza solo di breve periodo, stia­mo parlando della sfida principale davanti al welfare italiano nei pros­simi 20 anni. Peraltro, non si tratta di un ambito particolarmente oneroso: la spesa pubblica dedicata è l’1,18% del Pil e la soglia minima da raggiungere entro il 2020 per rispondere ade­guatamente ai bisogni della popo­lazione ammonta all’1,5% mentre quella auspicabile all’1,7% (Gori, 2010). Per valutarne l’impatto sulla finan­za pubblica basti ricordare che la spesa complessiva destinata alla protezione sociale (principalmente sanità e previdenza) equivale al 26% del Pil. La sfida è adattare il sistema di  welfare al mutare della società. Il welfare attuale ha preso forma nel trentennio tra la fine dell’ulti­mo conflitto mondiale e l’istituzio­ne del Servizio Sanitario Nazionale (1978), un’epoca con assai meno anziani. Oggi la realtà è cambiata e la non autosufficienza figura tra i grandi eventi critici che numerosi citta­dini sperimentano nella propria vita.Non si vede ragione, dunque, per­ché non debba ricevere la medesi­ma tutela pubblica della malattia (sanità) e delle necessità economi­che della vecchiaia (previdenza). Il recente passato, però, invita al pessimismo. Il livello di governo più deficitario su questo fronte è lo Stato e da 15 anni si discute di una riforma nazionale che ne incrementi gli stanziamenti. Un’infinita di dise­gni di legge, pro­poste e discussioni che non ha portato a nulla. I possibili scenari dei prossimi anni sono chiari. Se si vogliono tutela­re gli anziani non autosufficienti e le loro famiglie non esistono alternative all’incremento dei finanziamenti pubblici. La scelta è tra trovare più risor­se pubbliche o lasciare la gran parte delle famiglie italiane senza adeguato sostegno davanti ai costi economici della non autosufficien­za, facendone un moltiplicatore di diseguaglianze.Il fenomeno, peraltro, è già in atto e basta guardare il livello delle rette in tante case di riposo per verificarlo.


Cristiano Gori

Università Cattolica di Milano
Laura Pelliccia
Asl Milano 2
Rosemarie Tidoli
Consulente di servizio sociale



Articolo letto 791 volte

Condividi
Condividi su Linkedin

« back