L'assistenza agli anziani non autosufficienti tra passato e futuro
Il dibattito sulla possibilità per l’ente pubblico di sostenere la spesa per l’assistenza e l’evoluzione degli interventi nelle diverse Regioni
Nel luglio 2010 l’Esecutivo ha presentato il proprio “Rapporto sulla non autosufficienza”, dove, dopo una parte di analisi della situazione attuale, avanza la propria proposta per il futuro dell’assistenza continuativa in Italia. La proposta riprende quanto affermato nel precedente Libro bianco sul futuro del modello sociale “La vita buona nella società attiva”, pubblicato nel maggio 2009, e presenta un punto di vista oggi condiviso da molti osservatori. Il Rapporto, dopo aver sottolineato l’inadeguatezza delle risorse pubbliche attualmente dedicate, individua la strada da seguire non nel loro incremento, bensì nello sviluppo dei fondi integrativi privati. Si tratta di varie forme di assicurazione collettiva contro il possibile insorgere della non autosufficienza e ne beneficiano gli appartenenti alle categorie professionali che le inseriscono nel proprio contratto collettivo, a livello aziendale o di settore. Tra quelle esistenti, gli esempi più noti riguardano i contratti collettivi dei dipendenti delle assicurazioni e dei bancari: prevedono l’erogazione di un contributo economico ai pensionati e ai lavoratori del settore, con regolarità, in tutto l’eventuale periodo di non autosufficienza.
Esiste un futuro per l’assistenza pubblica agli anziani non autosufficienti?
In nessun paese europeo, però, soluzioni simili hanno conosciuto un’ampia diffusione e il risultato migliore l’ha ottenuto la Francia, dove viene coperto il 10% della popolazione. In Italia, nel 2009, le persone assicurate erano circa 320.000 ma il fermento in atto in questo ambito fa prevedere un’espansione nei prossimi anni (Rebba, 2010). Le stime sulla crescita attesa sono discordi, le più ottimistiche ipotizzano una copertura del 15% della popolazione entro il 2020 e non esistono ipotesi di diffusione ulteriore in seguito. Si tratta, quindi, di una risposta per una parte minoritaria degli italiani. Il dibattito scientifico internazionale concorda nel ritenere che lo sviluppo dei fondi integrativi non possa costituire la risposta principale alla crescente presenza della non autosufficienza, dovuta all’invecchiamento della società. Non ci si può attendere, infatti, che arrivino a coprire la parte maggioritaria della popolazione, anche mettendo in campo tutti i possibili incentivi (a partire dalle agevolazioni fiscali, peraltro già esistenti in Italia).
Tre ragioni, in varia misura, lo impediscono
- Primo: molte persone non vengono assicurate a causa della loro condizione lavorativa (accade sempre se non rientrano in un contratto collettivo o non lavorano proprio; accade spesso se non hanno un impiego stabile, non sono dipendenti o non operano nei servizi).
- Secondo: altre hanno difficoltà ad accedervi perché più avanti nell’età o per le condizioni fisiche (presenza di patologie sanitarie e/o maggiore probabilità di diventare disabili).
- Terzo: mantenere i fondi in equilibrio finanziario nel tempo è complicato (per le peculiarità della non autosufficienza e per l’inevitabile crescita della percentuale d’iscritti anziani).
I Pilastri sui cui costruire
Dunque, è necessario sviluppare i fondi ma con una funzione complementare a un maggior impegno pubblico, sapendo che quest’ultimo potrà comunque coprire, nella migliore delle ipotesi, una parte circoscritta dei bisogni. E tenendo a mente che i fondi integrativi si sviluppano maggiormente proprio laddove si potenzia la responsabilità pubblica e le due modalità di finanziamento vengono collegate, come dimostra il caso francese. La proposta governativa riprende il dibattito sui fondi integrativi in sanità. Qui il “primo pilastro”, cioè il Servizio Sanitario Nazionale, esiste ed è quindi auspicabile costruire il “secondo pilastro” (i fondi integrativi, appunto), forme assicurative in cui veicolare le tante risorse che le famiglie oggi spendono privatamente, così da utilizzarle meglio. Nell’assistenza agli anziani non autosufficienti, invece, si deve ancora dar vita al “primo pilastro”, cioè a un sistema pubblico degno di questo nome. La situazione dei conti pubblici impedirà, probabilmente, di ampliare gli interventi nel biennio corrente ma questa non è un’esigenza solo di breve periodo, stiamo parlando della sfida principale davanti al welfare italiano nei prossimi 20 anni. Peraltro, non si tratta di un ambito particolarmente oneroso: la spesa pubblica dedicata è l’1,18% del Pil e la soglia minima da raggiungere entro il 2020 per rispondere adeguatamente ai bisogni della popolazione ammonta all’1,5% mentre quella auspicabile all’1,7% (Gori, 2010). Per valutarne l’impatto sulla finanza pubblica basti ricordare che la spesa complessiva destinata alla protezione sociale (principalmente sanità e previdenza) equivale al 26% del Pil. La sfida è adattare il sistema di welfare al mutare della società. Il welfare attuale ha preso forma nel trentennio tra la fine dell’ultimo conflitto mondiale e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978), un’epoca con assai meno anziani. Oggi la realtà è cambiata e la non autosufficienza figura tra i grandi eventi critici che numerosi cittadini sperimentano nella propria vita.Non si vede ragione, dunque, perché non debba ricevere la medesima tutela pubblica della malattia (sanità) e delle necessità economiche della vecchiaia (previdenza). Il recente passato, però, invita al pessimismo. Il livello di governo più deficitario su questo fronte è lo Stato e da 15 anni si discute di una riforma nazionale che ne incrementi gli stanziamenti. Un’infinita di disegni di legge, proposte e discussioni che non ha portato a nulla. I possibili scenari dei prossimi anni sono chiari. Se si vogliono tutelare gli anziani non autosufficienti e le loro famiglie non esistono alternative all’incremento dei finanziamenti pubblici. La scelta è tra trovare più risorse pubbliche o lasciare la gran parte delle famiglie italiane senza adeguato sostegno davanti ai costi economici della non autosufficienza, facendone un moltiplicatore di diseguaglianze.Il fenomeno, peraltro, è già in atto e basta guardare il livello delle rette in tante case di riposo per verificarlo.
Cristiano Gori
Università Cattolica di Milano
Laura Pelliccia
Asl Milano 2
Rosemarie Tidoli
Consulente di servizio sociale
Articolo letto 791 volte

