Il corpo nella dinamica assistenziale e il “disorientamento” nella vecchiaia
L'attività fisica adattata e la ginnastica a domicilio
In nessuna altra fase della vita la presenza del corpo colpisce l’osservatore come nell’età della vecchiaia.Ogni concetto legato alla stessa idea di corpo, che varia da luogo a luogo, da una cultura all’altra e da un individuo all’altro, trova il suo massimo disorientamento nella vecchiaia.La vecchiaia è l’età della massima divaricazione fra ciò che l’anziano sente come “il proprio corpo” e il corpo, il suo corpo, che si impone al giudizio e soprattutto al pregiudizio altrui. Il corpo anziano non ha scampo: se è ancora “in sé” suscita stupore e spesso è la stessa persona che lo indossa a manifestarne meraviglia, se invece si è “perso” viene additato a parziale esempio di come sarà il futuro di ognuno, ognuno avrà il suo decadimento insito nella vecchiaia…quasi una malattia.
Il risveglio del corpo
Negli ultimi anni pare ci sia un “risveglio” della presenza del corpo nell’invecchiamento! Gruppi di cammino, ginnastica, escursioni, passeggiate, sport e nuove alchimie come i gruppi di “memory training” o lo yoga declinato all’occidentale o il Pilates per l’anziano, sono le nuove ricette della società che riscopre il corpo dell’anziano, spesso considerato il vero nuovo attore del consumo.A questa “scoperta”, assecondata da alcuni EELL ed AASSLL, non corrispondono però politiche che servano alla riattivazione della corporeità nella dinamica educativa, perché di educazione si tratta, anche quando si parla di nuovi stili di vita nella età della vecchiaia.Se l’educazione dell’infanzia e della gioventù non prepara ad immaginare una vecchiaia “positiva” frutto dell’evoluzione di comportamenti, abitudini e prassi “attive”, e se l’educazione al futuro invecchiamento termina non appena il giovane si affaccia all’età adulta, quasi che da quel momento inizi una malattia già predisposta dalla natura, allora la vecchiaia mantiene il suo carattere di ineluttabilità negativa nella quale il corpo invecchiato né è l’attore/zavorra. Una società che educa a mantenere il proprio corpo in azione e favorisce la nascita di molte opportunità territoriali, favorite dall’arredo urbano rinnovato, raccoglie frutti importanti in termini di salute, socialità e lotta ai pregiudizi.
Il corpo come “sfondo integratore” delle nuove politiche di assistenza
Da oltre trent’anni anche nel nostro Paese si sono diffuse “le ginnastiche” per chi è arrivato nella grande età.Ginnastiche cosiddette “dolci”, stando così a significare “a misura del praticante”, rispettose dei suoi ritmi, dei suoi bisogni e dei suoi desideri.Non sono attività “adattate” al vecchio, quasi che lo sport, vera e nobile attività del corpo che calza così bene l’atleta, possa essere adattato a chi non lo può indossare così com’é.“Dolce” significa adatta ad ognuno, a propria misura, scevra da confronti e agonismo, volta a render felice il praticante e svolta con la complicità di un gruppo.Questo tipo di attività motoria si sta affermando faticosamente ed è rivolta alle persone cosiddette “normali”, che stanno invecchiando e scelgono di spendere parte del loro tempo in corsi di motricità ben adatti a loro ed ai loro coetanei.Se bastasse questo tipo di proposta, dovremmo assistere, a distanza di oltre trent’anni dal primo corso di “ginnastica dolce” per anziani, a tutto un fiorire di iniziative e ad un numero di praticanti davvero ragguardevole. Niente di tutto ciò.
La prima ragione è che sono ancora poche le amministrazioni che credono davvero nel movimento come fattore determinante di salute per la popolazione. I costi sono ancora alti, i luoghi della pratica sono spesso lontani dalla residenza dell’anziano, la pubblicità sembra più un surrogato della classica pubblicità dello sport ufficiale, oppure mirata a far capire come si possa essere protetti in un corso apposito per vecchi.Uno dei dati che hanno favorito in senso negativo questa politica fuorviante, è che si è fissata l’attenzione sullo sport e non su politiche volte a diffondere il movimento in ogni strato della popolazione, senza limiti d’età, di stato, di salute, di sesso. Manca alle politiche del nostro Paese un’integrazione di varie risposte alle esigenze della popolazione che non è costituita solo da giovani, adulti ed anziani, ma anche da grassi e magri, da poveri e ricchi, da dotati (i cosiddetti “portati” per lo sport) e non dotati (i goffi, ecc.), da disabili, da malati di una o più patologie, da i ricoverati e da chi “non trova mai il tempo per…”. Ad ognuna di queste tipologie una politica seria dovrebbe dare risposte “corporee”.
Cos’è cambiato? Nulla. La persona era sola un tempo con i suoi limiti esaltati dalla colesterolemia elevata, dalle artrosi, dall’aumento di peso ed è sola oggi quando si trova di fronte all’ennesimo invito a non fumare ed a fare del movimento, indicati dal proprio medico, che è molto spesso grasso e fumatore.Il corpo, che mantiene il suo primato, è il corpo del “paziente”... bisogna riaccreditarlo come il corpo della persona.Perché un disabile dovrebbe essere attirato all’azione dall’imitazione dell’atleta disabile, dal record olimpico per disabili…quando questo obiettivo è fallito per le persone cosiddette “normali”? Perché non esistono spazi “palestra” negli ospedali italiani e nei luoghi di cura, a meno che si intendano spazi per la fisioterapia? (eppure questi spazi pot rebbero dare risposte all’educazione del corpo di un paziente che verrà poi dimesso e dovrà orientarsi una volta fuori su dinamiche attive).Perché nell’assistenza domiciliare la cura della persona non prevede uno spazio per il corpo e l’azione e lo stesso dicasi per le scuole per OSS o assistenti familiari? Perché nelle delibere di accompagnamento per le persone parzialmente o non autosufficienti si parla di trasporto per analisi in ospedale o all’ASL, dal medico curante, in farmacia, alla banca o all’ufficio postale e non verso un circolo ricreativo, un centro sociale, a casa di un amico, in parrocchia o, men che meno, ad un corso di “ginnastiche”?
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