06/09/2011 11:24

Il percorso della privatizzazione dei servizi pubblici per gli anziani: un sentiero molto tortuoso

Stanno aumentando diseguaglianze, spese private e cattiva assistenza: a quando una valutazione qualitativa in merito?


Gli studi, gli approfondimenti e le proposte organizzative sui servizi sociosanitari in Italia hanno sviluppato attraverso gli anni problematiche unicamente da un punto di vista di analisi quantitativa dell’offerta. Il problema della definizione e della quantificazione dei bisogni, definibile come domanda di salute, è stato finora affrontato parzialmente e settorialmente, senza un quadro globale di riferimento. Il sistema sociosanitario attuale ha trattato mil trinomio bisogno - richieste - risposte senza considerare le strette interrelazioni che devono sussistere tra i tre momenti, offrendo spesso servizi non in sintonia con le esigenze e quindi con conseguenze di sprechi in alcuni casi o di carenza in altri. I principi fondanti dei dispositivi di legge nazionali, emersi in questo ultimo ventennio, si sono basati principalmente sul decentramento e la unitarietà delle prestazioni, evidenziando la necessità di una nuova organizzazione, basata su una valutazione dei rapporti tra bisogni e risposte correlati e coerenti. Lo stesso principio della partecipazione, da attivare sulla base di un sistema informativo che ne sia il motore e il volano di trasmissione, poteva far emergere in modo corretto la stretta correlazione tra bisogni e richieste. Da qui la necessità di proporre una metodologia sulla rilevazione della domanda di salute definita “reale” in quanto dovrebbe rendere possibile la programmazione di servizi adeguati alle vere esigenze della popolazione nel campo della salute. Quanto sopra è particolarmente importante per le problematiche della popolazione anziana, cioè della popolazione italiana che ha raggiunto oggi una speranza di vita alla nascita di circa 82,3 anni (20,3% del totale della popolazione), quella con un’età superiore agli 85 anni (2,8% del totale) e i centenari che si sono triplicati negli ultimi 10 anni. Un ottantenne nel 1950 aveva una possibilità del 12% di raggiungere i novant’anni e una ottantenne il 15%. Oggi queste possibilità sono più che raddoppiate e sono diventate rispettivamente il 28 e il 42 per cento. Ad un mancato adeguamento dell’offerta dei servizi a favore della popolazione anziana rispetto all’effettiva domanda è seguito un modello propositivo- gestionale estrapolato da quello sanitario/ospedaliero.


La privatizzazione degli interventi sociosanitari
Gli obiettivi principali che si sono succeduti nell’organizzazione dei servizi sociosanitari a favore della popolazione anziana, miravano principalmente al mantenimento il più a lungo possibile dell’anziano al proprio domicilio. Inizialmente si sono organizzati servizi a livello domiciliare (SAD, ADI, pasti a domicilio, consegna farmaci a domicilio, iniziative varie), successivamente si è proceduto alla ristrutturazione di servizi residenziali, ma quello che principalmente si è rafforzato è stato l’intervento di natura esclusivamente monetario. Quindi abbiamo assistito a:
- minor numero di ore assegnate ai servizi domiciliari comunali;
- minor numero di ore assegnate al servizio Assistenza Domiciliare Integrata;
- aumento del numero di postiletto residenziali per anziani non autosufficienti;
- aumento notevole di contributi economici a favore degli anziani non autosufficienti (oltre l’indennità di accompagnamento anche l’stituzione dell’assegno di cura).


Non ci sono più oggi i presupposti di mantenere il più a lungo possibile gli anziani non autosufficienti al proprio domicilio per la riduzione sia dell’assistenza domiciliare ma soprattutto per la possibilità offerta della copertura finanziaria del costo della residenzialità (tra contributi elargiti dall’INPS come indennità di accompagnamento, dalla Regione e dal Comune come gli assegni di cura), si raggiunge la cifra di circa € 1.000/mese. I famigliari degli anziani non autosufficienti sono stati “guidati” gradualmente a scegliere la residenzialità per motivazioni anche di natura economica. La residenzialità, anche se in valori globali è rimasta costante, si è trasformata in posti-letto riservati agli anziani non autosufficienti. Cadenti case di riposo, vecchi ospedali, vecchi “Pronto soccorso” hanno ottenuto un riconoscimento insperato; dopo irrisori interventi di ristrutturazione edilizia si è ottenuta l’autorizzazione a svolgere anche attività sanitaria, con relativa convenzione con le Aziende Sanitarie. Chi non ha vissuto direttamente la realtà quotidiana delle residenzialità per anziani, non si immagina minimamente come vengono “assistiti” gli utenti. Si assiste a:
- immobilità dell’ospite e la mancanza d’interventi di riattivazione motoria;
- mancanza assoluta di terapie occupazionali e attività di animazione;
- spersonalizzazione degli interventi sociosanitari per mancanza di studio delle caratteristiche del singolo utente;
- scarsa presenza di personale infermieristico e sanitario.


A quando una valutazione qualitativa degli interventi sociosanitari, a quando lo studio dettagliato dell’efficacia e dell’efficienza degli interventi, a quando il controllo delle autorizzazioni e accreditamento delle strutture, a quando il controllo sui requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi delle strutture sociosanitarie pubbliche e private a favore degli anziani?


L'articolo di Massimo Mengani continua nel pdf allegato: prosegui la lettura!



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