Gli anziani non autosufficienti
Le riforme regionali cominciate negli scorsi anni rischiano d’interrompersi, mentre l’indennità di accompagnamento diventa ancor più predominante
Le tendenze nazionali della spesa per gli anziani non autosufficienti avranno un impatto diversificato nei territori. I tratti condivisi ovunque
sono l’espansione dell’indennità di accompagnamento, le minori risorse per i servizi comunali e il continuo aumento della popolazione anziana. L’evoluzione dei servizi socio-sanitari, invece, varierà notevolmente tra le diverse Regioni, in base alla situazione precedente, alle risorse disponibili e alle scelte delle amministrazioni. È uno snodo cruciale perché le Regioni sono titolari della maggior parte dei servizi e al loro sforzo
si deve l’allargamento nell’offerta realizzato nel decennio appena trascorso. La centralità delle Regioni è incrementata dalla mancata definizione, da parte dello Stato, di standard adeguati di offerta da garantire in tutto il Paese (i livelli essenziali di assistenza), attesi da tempo e che il federalismo – almeno in teoria – richiederebbe.
L’avvio del percorso riformatore
Pur nella propria eterogeneità, gran parte delle Regioni condivide un aspetto: aver compiuto negli anni recenti un percorso di potenziamento del settore senza precedenti, per progettualità e risorse dedicate. È avvenuto, in particolare, con la legislatura regionale 2005-20101, che ha visto l’assistenza agli anziani non autosufficienti imporsi tra le priorità delle amministrazioni. Partendo da situazioni differenti, e con sforzi di varia intensità, le Regioni hanno incrementato gli stanziamenti dedicati e hanno puntato sullo sviluppo dei servizi alla persona. Varie hanno legato questi sviluppi all’introduzione di un “Fondo regionale per i non autosufficienti”, la cui istituzione ha assunto significati differenti. In alcune realtà sono stati introdotti o rafforzati singoli servizi, senza considerare il sistema nel suo complesso. In altre è stato ripensato l’insieme degli interventi rivolti alla non autosufficienza, avviando un percorso di sviluppo pluriennale, con un progetto unitario e una serie di obiettivi specifici (Ceda, Fosti e Tediosi, 2009). Progressivamente, varie Regioni partite con il primo modello si sono mosse verso il secondo (Agenas, 2009). Utilizzare il Fondo come lo strumento per il complessivo ripensamento delle politiche regionali di assistenza continuativa significa ridisegnare l’insieme degli interventi e sforzarsi di dare all’offerta territoriale – nell’ambito di una sua robusta crescita – la maggior articolazione possibile tra servizi residenziali, semi-residenziali, domiciliari e assegni di cura. Un simile impegno viene solitamente accompagnato da un rafforzamento dell’Unità di Valutazione Geriatrica (o altrimenti detta) e del percorso assistenziale. Il tema è da approfondire ulteriormente, ma l’impressione – basata sulle realtà conosciute – è che la combinazione di articolazione dell’offerta e rafforzamento dell’UVG produca risultati particolarmente positivi per i cittadini. Far propria questa idea del Fondo, inoltre, vuol dire considerare per la prima volta la non autosufficienza come un’area di welfare autonoma, un settore differente rispetto alla sanità e ai servizi sociali, che li “taglia” trasversalmente ma è altra cosa, con una sua precisa specificità. Ciò ha significato attribuire all’assistenzacontinuativa una dignità politicoistituzionale e una visibilità mai avute prima. Dignità e visibilità si sono tradotte in un livello particolarmente alto di stanziamenti, non a caso maggiori dove è stata compiuta questa scelta.
L’attuale fase di stallo
Per lungo tempo, l’aspettativa diffusa è stata che la legislatura regionale 2010-2015 avrebbe visto un ulteriore passo in avanti
nel cammino delle riforme. Oggi, invece, diversi motivi spingono molte amministrazioni regionali na mettere in discussione la possibilità di continuare il percorso intrapreso:
a) i tagli ai Fondi sociali nazionali e in particolare al Fondo per le non autosufficienze, che in numerose realtà aveva agito da volano del cambiamento;
b) la percezione che lo Stato non intenda aiutare le Regioni a sviluppare i servizi neppure nel prossimo futuro (si pensi all’assenza
dei livelli essenziali dal dibattito sul federalismo);
c) l’impressione – in molte realtà – che non sia possibile spostare risorse, all’interno del bilancio regionale, da altri settori (segnatamente
la sanità, che assorbe gran parte del budget complessivo) alla non autosufficienza.
Italia 2015?
Mentre non è ancora chiaro quale sbocco avrà questa fase di stallo (Trabucchi, 2010) è ben visibile cosa accadrà se le Regioni rinunceranno ai percorsi di riforma avviati. In questa ipotesi, infatti, si vivrà un ritorno al passato e un ulteriore consolidamento del modello tradizionale di welfare, fondato su trasferimenti monetari e delega alla famiglia: le diverse realtà tenderanno – con intensità e caratteristiche differenti – verso il seguente scenario. Le strutture residenziali vedranno le proprie liste d’attesa ingrossarsi e si concentreranno sempre più su casi di gravità estrema. La gran parte delle situazioni sarà affrontata nel territorio, dove Asl e Comuni per rispondere alle cre-scenti domande dovranno necessariamente diminuire l’assistenza fornita a ogni singolo utente. In pratica, se prima per uno stesso bisogno si garantivano – ad esempio – tre accessi settimanali ora ne verranno assicurati due. Gli operatori domiciliari saranno, pertanto, sempre più concentrati sullo svolgimento della prestazione senza il tempo di dare indicazioni alla famiglia. Rallenterà lo sviluppo dei servizi di orientamento, informazione e accompagnamento nel tempo – sportelli informativi, unità di valutazione professionali, responsabili del caso – su cui si è particolarmente lavorato negli ultimi anni. Inevitabilmente, quando le risorse per i servizi scarseggiano le si concentra nell’assistenza diretta, a scapito di tali funzioni. Il perno diventerà sempre più l’indennità di accompagnamento che – come noto – non è collegata a servizi informativi o consulenziali e viene perlopiù utilizzata per pagare parte della remunerazione delle assistenti familiari, sovente impiegate nell’econonell’economia sommersa. Lo svolgimento del concreto lavoro di cura sarà suddiviso, in misura variabile, tra assistente familiare e famiglia, mentre la sua organizzazione sarà a carico di quest’ultima.
Una crescita diffusa
Tutte le Regioni hanno, in varia misura, aumentato i finanziamenti dedicati agli anziani non autosufficienti e incrementato l’offerta di servizi alla persona.
Due modelli di Fondo
Alcune Regioni hanno legato l’aumento dell’offerta all’introduzione di un Fondo regionale per la non autosufficienza. La sua istituzione ha avuto due differenti significati:
- l’occasione per ridisegnare complessivamente le politiche per i non autosufficienti. Un ripensamento dell’insieme dei servizi e delle prestazioni dedicate, che ha portato a un progetto unitario di sviluppo pluriennale (ad es. Liguria, Toscana2);
- l’introduzione/il rafforzamento di singoli interventi. L’attivazione o il potenziamento di uno o due interventi (prevalentemente domiciliari), senza ridisegnare il sistema nel suo insieme (ad es. Friuli-Venezia Giulia, Sardegna).
Per saperne di più
I rapporti annuali sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia realizzati dal Network Non Autosufficienza (RNA). I rapporti si scaricano gratuitamente da http://maggioli.it/rna
Cristiano Gori
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