Le persone con disabilità
Tra Convenzione Onu e strumentalizzazione sui ‘falsi invalidi’, tra promozione della vita indipendente e riduzione dei servizi. Un quadro contraddittorio, dove si allargano gli orizzonti che le persone con disabilità potrebbero toccare ma si restringono i sentieri per arrivarci
Grandi orizzonti, stretti sentieri
La ratifica della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità impone un ripensamento complessivo delle politiche sociali e nella programmazione dei servizi: contemporaneamente, però, l’agenda politica sembra voler privare di risorse proprio i servizi territoriali. Mai come in questi ultimi anni, dunque, le persone con disabilità, le loro famiglie, gli operatori del settore si sono trovati in una situazione apparentemente contraddittoria. Da un lato, l’orizzonte ha iniziato improvvisamente ad allargarsi. Il percorso che ha portato alla ratifica della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità1 ha velocemente diffuso una nuova consapevolezza, in particolare, ma non solo, nel mondo associativo. Si sta facendo strada la convinzione che la questione disabilità non possa essere affrontata con i vecchi paradigmi dell’assistenza, della risposta alla richiesta o bisogno della singola persona o al piùdel suo nucleo familiare. La semplice presenza/assenza di servizi socio-assistenziali o socio-sanitari non può definire il rispetto o meno dei diritti delle persone con disabilità. Con il diffondersi dell’approccio alla disabilità basato sui diritti umani anche il contenuto dei servizi territoriali, quelli nati in opposizione agli istituti, viene rimesso in discussione. Cosa succede nei nostri servizi di assistenza domiciliare, nei centri diurni e nelle comunità? Discorsi, ragionamenti e ricerche “alti”, con la consapevolezza che, di fronte al nuovo racconto della disabilità che ci parla di diritti umani prima che di bisogni, e di diritto alla vita indipendente e alla piena inclusione sociale per tutti e non solo per alcuni, le risorse oggi in campo non solo non sono sufficienti ma devono essere necessariamente riallocate, spese e gestite secondo nuovi e più interessanti criteri e indicatori. La semplice presenza di servizi di assistenza domiciliare piuttosto che diurni non sarà, in sintesi, più sufficiente per garantire un’attenzione ai diritti fondamentali della persona con disabilità: sarà necessario comprendere, e quindi mettere in discussione, come questi servizi funzionino, quanto, per dirla con le parole della Convenzione consentano o meno “di vivere nella società e di inserirvisi e impedire che siano isolate o vittime di segregazione”. Dall’altro lato, il sentiero si stringe, si fa impervio: passaggi che potevamo dare per scontati oggi divengono improvvisamente complicati. L’unico livello essenziale reale garantito alle persone con disabilità in Italia sono, forse erano, l’assegno d’invalidità e l’indennità di accompagnamento. Con la scusa dei cosiddetti “falsi invalidi” anche questo piccolo tassello che sosteneva la vita di migliaia di persone con disabilità (260,27 € + 487,39 € al mese) viene messo seriamente in discussione. Abbiamo assistito prima alla richiesta del Governo, respinta dal Parlamento, di restringere, fino quasi ad annullare, i criteri per averne diritto2 e ora ad una campagna di controlli di massa in fase di realizzazione da parte dell’Inps che di fatto adotta proprio quei criteri a suo tempo bocciati. Controlli che riguardano le persone sotto i 65 anni e che quindi indicano come potenziali “falsi invalidi” proprio le persone con disabilità. Non sappiamo come andrà a finire, ma di certo non tira una buona aria se uno dei principali settimanali italiani apre la sua copertina con un bel Pinocchio in carrozzina con scritta rossa che recita “scrocconi”. In questo contesto i servizi sociali territoriali, quelli reali che arrivano ai cittadini, dovranno fare i conti con una contrazione di risorse che, sommandosi fra loro, avranno conseguenze oggi ancora difficilmente valutabili. Mettiamo in colonna l’azzeramento del Fondo per la Non Autosufficienza, la contrazione del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali e l’ulteriore taglio generalizzato inferto alle risorse dei Comuni e delle Regioni. Il risultato sarà un sostanziale azzeramento delle risorse disponibili per la spesa sociale dei Comuni, quella che paga l’assistenza domiciliare, i progetti di vita indipendente e che contribuisce in modo sostanziale a far fronte a servizi come quelli dei centri diurni e delle comunità alloggio, nelle loro diverse denominazioni ed organizzazioni regionali. Tagli quindi che colpiscono non la spesa “pesante” dei servizi ad alta protezione, ancora organizzati con un modello di tipo ospedaliero dove vivono ancora migliaia di persone con disabilità. Tagli, in altre parole, che non colpiscono l’istituzionalizzazione (che può sempre contare sulla spesa socio-sanitaria) ma, al contrario, proprio quella batteria di iniziative che dovrebbero contrastarla, promuovendo la vita indipendente e l’inclusione sociale delle persone con disabilità.
Le conseguenze nei territori: vi saranno ancora spazi per la promozione della vita indipendente e dell’inclusione sociale?
I rischi sono evidenti: molte amministrazioni comunali ridurranno i servizi me/o saranno tentate di aumentare le richieste di partecipazione alla spesa dei servizi. Il peso dell’assistenza, se possibile, sarà ancora più scaricato sulle spalle delle famiglie; sarà sempre più difficile riuscire ad entrare nei servizi territoriali e questi ultimi, per stare nei costi, si concentreranno sull’erogazione di prestazioni assistenziali e ridur-ranno ulteriormente gli interventi di relazione con il territorio e finalizzati all’inclusione sociale. Non si sa ancora cosa sarà effettivamente sacrificato nel prossimo biennio, anche perché le scelte potranno variare da Regione a Regione e da Comune a Comune. Di certo oggi tutti i servizi di natura sociale vedono messa potenzialmente in discussione la loro stessa esistenza, aumentando precarietà ed incertezza, condizioni che certo non
incentivano investimenti di medio lungo periodo. In questo contesto, è lecito chiedersi quale spazio sarà riservato e conservato per le iniziative sperimentali capaci di promuovere e proporre reale innovazione anche nei modelli organizzativi di servizi ed attività consolidate. Il panorama delle opportunità delle persone con disabilità, oltre il recinto dei servizi sociali, non è dei più rosei. I tagli alla scuola pubblica hanno pesanti riflessi sulla qualità dei percorsi educativi dei bambini e ragazzi con disabilità ed anche l’accesso alle opportunità riabilitative presenta diverse difficoltà, con la solita variabile territoriale. La stessa efficacia della legge 68 sull’inserimento lavorativo, è messa in discussione dal funzionamento di effettivi servizi per l’inserimento lavorativo, il cui ruolo è fondamentale in questo tempo di crisi economica ed occupazionale.
Il quadro di insieme, in sintesi, ci presenta una situazione inedita per le prospettive di vita delle persone con disabilità nel nostro Paese.
Dopo una lunga fase “evolutiva” quella contraddistinta dalla chiusura delle scuole speciali, da un contrasto efficace all’istituzionalizzazione precoce, all’affermazione di diritti soggettivi e alla promozione di politiche attive per favorire l’integrazione è seguita una lunga fase di assestamento, contraddistinta dal differenziarsi delle situazioni territoriali, dal calo di tensione culturale e sociale nei confronti della disabilità, sempre più considerata questione di carattere assistenziale. Oggi, per la prima volta, l’insieme di politiche, benefici e servizi che, tra mille contraddizioni e limiti hanno segnato un lungo periodo di sostegno all’integrazione sociale delle persone con disabilità sta subendo un attacco concreto e culturale allo stesso tempo.
Il ruolo degli operatori: da tecnici dei servizi ad attivisti per i diritti umani?
Il contesto sociale e culturale che cambia, in modo apparentemente contraddittorio, pone gli operatori sociali di fronte alla scelta di come mutare il proprio ruolo professionale che, di certo, non sarà più lo stesso di questi ultimi anni. In questo contesto gli operatori sociali sono chiamati ad una nuova sfida: evolversi, come i Pokemon dei cartoni animati, da tecnici dell’educazione o dei servizi sociali in promotori dei diritti umani delle persone con disabilità utilizzando a fine il loro bagaglio di competenze, risorse e professionalità. La semplice erogazione di prestazioni economiche o assistenziali oggi e, ancora di più domani, non potrà che essere un palliativo di fronte al moltiplicarsi e al complicarsi di situazioni di disagio e di discriminazione. Affrontare nelle storie delle singole persone che bussano alla porta dei servizi le questioni che determinano oggi le diverse situazioni di disabilità ovvero “l’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri”, come recita la Convenzione, sembra oggi essere, prima ed oltre che una nobile scelta, una necessità di sopravvivenza. L’alternativa è di chiudersi, insieme con i propri utenti con disabilità, nel recinto sempre più stretto ed affollato di servizi specializzati, chiamati ad assolvere funzioni assistenziali in condizioni materiali e concrete molto difficili e complesse.
Giovanni Merlo
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