V edizione
Strumenti, idee e soluzioni
per l'innovazione sociale e il welfare di cura
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Neoliberismo, crisi economica, scarso interesse per le politiche sociali, federalismo fiscale applicato a metà: tutti i motivi che sono all’origine dell’attuale condizione delle politiche sociali
Nel biennio 2011-2012 sono stati quasi azzerati i finanziamenti statali alla spesa sociale di Regioni ed enti locali. È venuto meno più di un miliardo di euro l’anno, circa un quinto della spesa sociale degli enti decentrati di Governo, una perdita estremamente difficile da compensare, poiché non bilanciata dall’attribuzione a favore di Regioni ed enti locali di corrispondenti fonti di entrata e poiché ad essa si sommano ulteriori, rilevantissimi, obblighi di contenimento della spesa locale. I tagli andranno necessariamente ad incidere sulla parte di spesa più comprimibile, i servizi all’utenza e, pertanto, rischia di tramontare definitivamente il disegno originale della legge quadro sull’assistenza (legge 328/2000) di costruire un autonomo sistema socio-assistenziale, strutturato sul territorio nazionale, professionale e rivolto alla totalità dei cittadini. Quello che sembra delinearsi è, piuttosto, un sistema in parte riassorbito nell’ambito delle politiche sanitarie e delle politiche del lavoro, per il resto residuale, differenziato territorialmente e rivolto prevalentemente a soggetti marginalizzati.
Il ridimensionamento del pubblico e la qualità della spesa
Fra le cause di fondo dei tagli sicuramente vi è il graduale affermarsi, a partire dagli anni ’80, di una visione neoliberista secondo la quale la politica fiscale avrebbe effetti non-keynesiani, opposti a quelli tradizionalmente considerati dalla teoria economica. Ciò significa che un aumento della spesa pubblica avrebbe effetti recessivi (minore crescita del Pil), mentre una stretta fiscale effetti espansivi; in altre parole, ad esempio, un aumento dell’offerta di servizi sociali a cittadini e famiglie ridurrebbe la crescita del Pil, mentre il licenziamento di molti dipendenti pubblici l’aumenterebbe. In una prima fase, tale visione non-keynesiana ha argomentato che il ridimensionamento del pubblico è spesso tutto quanto necessario. Soprattutto in Europa, la spesa pubblica sarebbe eccessiva, poco produttiva e ridurrebbe investimenti e consumi privati, mentre elevate aliquote fiscali disincentiverebbero lavoratori e imprese; il tutto minerebbe la credibilità delle politiche economiche, generando incertezza e la possibilità di crisi finanziarie. D’altra parte, una riduzione delle dimensioni del bilancio, specialmente se consistente, aumenterebbe la credibilità di uno Stato, riducendo il carico fiscale atteso dagli individui nel corso della loro vita e alimentando la domanda privata di beni. In una seconda fase, l’approccio non-keynesiano si è concentrato sulla qualità del bilancio pubblico, intesa, più che in termini di efficacia ed efficienza, come giudizio su quali tipi di entrate e spese favoriscano o ostacolino di più la crescita economica. Secondo tale visione, fra le spese andrebbero tutelati gli investimenti pubblici in infrastrutture e le spese in istruzione, ricerca e sviluppo, mentre andrebbe ridotta con decisione la spesa per il personale e la spesa pensionistica. Quanto alle altre componenti del welfare, esse troverebbero giustificazione solo nella misura in cui siano finalizzate a ridurre i tempi di inattività o disoccupazione, o ad aumentare la flessibilità del mercato del lavoro; in altre parole, le uniche dimensioni rilevanti del welfare sarebbero quelle direttamente legate alla sfera economica: una volta riportati al lavoro il prima possibile quanti se ne ritrovano, fuori, fornire ulteriori servizi sarebbe costoso e controproducente. La spesa per le politiche sociali non è evidentemente giudicata in modo positivo da questo approccio. Non è difficile ritrovare il suddetto approccio nei vincoli sul deficit e sul debito contenuti nel Trattato di Maastricht (1991) e nel Patto di stabilità e crescita dell’Unione Europea (1997), così come nell’attenzione dedicata in ambito comunitario alla dinamica della spesa per il welfare e alla composizione della spesa pubblica. Vero è che tale impostazione non sempre è stata fatta propria da tutta la Commissione europea e dai Paesi membri. Tuttavia, proprio la dimensione dei deficit pubblici e l’eventualità di bancarotta di alcuni Paesi stanno oggi, paradossalmente, contribuendo a rafforzare ulteriormente l’impostazione restrittiva sulla politica fiscale, con il conferimento alla Commissione di una autorità di indirizzo e controllo sulle politiche di bilancio degli stati membri ancora maggiore.
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