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In T.A.R. Lombardia, Milano, sez. III, 23-03-2017, Sent. n. 697, si esamina il “Regolamento per la realizzazione degli interventi e prestazioni di servizi in  campo sociale” di un Comune affidatosi, per la sua stesura, a un sedicente “esperto” non ben identificato. Molteplici le parti di testo e le statuizioni regolamentari ritenute illegittime dai giudici, come andiamo ad analizzare:

  • “6. L’intervento del Comune ha luogo solo nel caso in cui il richiedente, con i propri redditi, e il patrimonio mobiliare e immobiliare disponibile, non sia in grado di pagare interamente la retta richiesta per l’accoglimento nella struttura idonea a soddisfare le sue necessità assistenziali. Tale retta non dovrà, comunque, superare l’importo complessivo di e 1.700,00 mensile“;

Il T.A.R. evidenzia che “E’ invece illegittima la parte in cui il regolamento definisce il limite massimo di 1.700,00 euro mensili di contributo”. “In definitiva quindi l’art. 21 co. 6 del gravato Regolamento va annullato nella parte in cui stabilisce che << Tale retta non dovrà, comunque, superare l’importo complessivo di 1.700,00 mensili>>”.

  • “8. Per i residenti nel comune di Vimodrone, condizioni per accedere all’integrazione della retta sono: <…> – la struttura dovrà essere stata concordata con l’Amministrazione Comunale; <…>” e “l’utente si deve rendere disponibile a disporre del suo patrimonio in accordo con l’Ente locale e per generare la liquidità necessaria per provvedere al pagamento dei costi del servizio”;

Il T.A.R. evidenzia che “La prima parte di detta previsione regolamentare è illegittima in quanto, come chiarito dalla giurisprudenza (Cons. Stato Sez. III, 10/01/2017, n. 46), la pretesa comunale di imporre alla persona richiedente una previa concertazione circa la struttura appropriata presso la quale ricoverarsi, al fine di ottenere l’integrazione economica della retta da parte del Comune, è illegittima perché contrastante, a livello della legislazione nazionale, non solo con l’art. 6, comma 4, della l. n. 328 del 2000 (che prevede la sola previa informazione del Comune, come ora si dirà), ma anche, a livello di legislazione regionale lombarda, con gli artt. 2 e 7 della L.R. n. 3 del 2008, che garantisce la libertà di scelta dell’assistito, salvo il limite dell’appropriatezza”.

  • “13. Sono esclusi dal beneficio di cui al presente articolo coloro che abbiano trasferito, nei due anni precedenti la domanda di intervento, a qualsiasi titolo la proprietà immobiliare adibita ad abitazione principale o di qualunque altro immobile”;

In merito a questa parte i giudici evidenziano che il Regolamento è illegittimo poiché discrimina in relazione alla cause che hanno determinato la situazione di indigenza, modificando l’obbligo legale di assistenza e subordinandolo ad una condizione non prevista dalla legge. Di conseguenza anche questo comma è da annullare.

  • “14. L’intervento del Comune ha luogo solo nel caso in cui il richiedente non sia titolare di depositi bancari e/o postali e assicurativi, ovvero di risparmi in qualunque forma posseduti, che dovranno essere prioritariamente destinati all’assunzione in proprio dell’onere del ricovero. Solo a esaurimento di tali importi o al raggiungimento della cifra non superiore a € 5.000,00, il Comune si riserva di valutare l’ammissibilità della domanda”;

Il T.A.R. evidenzia che “La norma regolamentare è illegittima non nella parte in cui stabilisce che l’assistito deve destinare le sue risorse all’assunzione in proprio dell’onere del ricovero, ma nella fissazione del limite dell’indigenza”.

  • “16. In applicazione dei principi di buona fede, correttezza e collaborazione, l’utente o chi ne rappresenta gli interessi, nei casi e nei modi previsti dalla legge, detratta una quota mensile per le minute spese del ricoverato stesso, fino a un valore massimo non superiore a €100 mensili”;

Il T.A.R. evidenzia che: La norma è illegittima nella parte in cui definisce un limite massimo inderogabile per contrasto con l’art. 14 co. 2 della 1. n. 328/2000”. “L’art. 21 c. 6 va quindi annullato nella parte in cui stabilisce che la disponibilità economica per soddisfare le c.d. esigenze vitali mensili non possano superare nel massimo euro 100,00”. Una cifra uguale per tutti, in sostanza, è illegittima.

Annullato quindi il Regolamento, almeno in relazione alle predette norme, e con il testo sono da rivedere e da ridefinire anche le rette erogate e determinate secondo i suoi dettami.