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Al Forum della Non Autosufficienza e dell’autonomia possibile 2019 organizzato dal Gruppo Maggioli (Bologna, 27 e 28 novembre) anche un workshop totalmente dedicato alla comunicazione. Ha l’obiettivo di condividere coi partecipanti una visione strategica della comunicazione sociale, in particolare relativa ai temi del welfare sociale e della non autosufficienza.

Particolarmente incentrato sull’importanza delle rappresentazioni mediatiche della non autosufficienza, è teso a far crescere competenze e consapevolezza, capacità di programmazione e di organizzazione dei processi comunicativi, pensiero e pratiche della comunicazione orientata al cambiamento e alla crescita culturale.

 

In programma mercoledì 27 novembre (ore 11,45-13,00) presso il Centro Congressi Savoia Hotel Regency di Bologna, il workshop condotto da Andrea Volterrani, Università di Roma Tor Vergata e Giulio Sensi, giornalista e comunicatore, sarà l’occasione per individuare codici e strategie narrative per una corretta percezione del fenomeno e della sua complessità e proporrà percorsi per lo sviluppo sociale delle comunità territoriali nella direzione di una maggiore accoglienza per la non autosufficienza con l’utilizzo di strumenti di comunicazione sociale a supporto di processi comunitari.

Del tema ne abbiamo parlato con Giulio Sensi..
Dott. Sensi quali competenze e conoscenze il personale di strutture per persone non autosufficienti dovrebbero acquisire in termini di comunicazione sociale?
“La comunicazione non è solo una professione, ma è anche uno strumento prezioso a disposizione di ciascuno sia a livello inter-personale sia a livello sociale. Ogni operatore sociale può guardare alla comunicazione come un processo a cui partecipare perché solo le narrazioni collettive contribuiscono a far crescere il livello di consapevolezza rispetto ai problemi come la non autosufficienza. Questo non significa che ognuno deve diventare comunicatore, ma significa che ciascuno può fare la propria parte per una corretta rappresentazione dei problemi e delle risposte messe in campo”.

Perchè è necessario produrre una narrazione del sociale che sappia dare senso e chiavi di lettura su quanto viene fatto?
“Solo una corretta rappresentazione sociale dei problemi può determinare una giusta consapevolezza sia nell’opinione pubblica sia nei luoghi dove vengono prese le decisioni politiche e amministrative. Viviamo in un tempo in cui il racconto “cattivo” e stereotipato dei problemi e del ruolo di chi si adopera per gli altri rischia di minare alla base una cultura sociale che con tutti i limiti si era affermata negli ultimi decenni dello scorso secolo. Anche le forme di non autosufficienza e di disabilità sono esposte al problema. Mostrare le azioni e le pratiche sociali è un buon antidoto a questa contro-narrazione”.

Ci anticipa alcune semplici regole/opportunità per produrre comunicazione sociale nell’ambito dei servizi alla persona ed in particolare a quella non autosufficiente?
“Prima di tutto dobbiamo considerare che in questo campo abbiamo a che fare con una delicatezza dei casi e anche dei profili di rispetto dei dati e delle informazioni personali che chi fa comunicazione deve avere ben presenti. Il grande impegno che le strutture e gli operatori sociali mettono in campo per rispondere a sfide anche sanitarie sempre più impegnative non è sufficientemente valorizzato. Così risulta importante raccontare anche la complessità dei progetti e delle risposte messe in campo e la fatica quotidiana. Raccontare le storie è importante, ma è fondamentale anche fornire visioni di insieme che diano la giusta dimensione dei problemi e questo può essere fatto solo con una regia condivisa che metta insieme tutti gli stakeholder. Non esistono regole, ma può esistere un pensiero che declinato con giusti obiettivi dia vita a strategie comunicative efficaci”.

Quali strategie di comunicazione possono accompagnare e rafforzare le strategie di sviluppo sociale di comunità?
“Innanzi tutto serve il coinvolgimento nella comunicazione di tutti i soggetti che partecipano ai processi di sviluppo sociale. Sembra banale, ma non lo è perché spesso viene prodotta una comunicazione che non tiene conto della ricchezza umana che anima queste strutture. In secondo luogo occorre sviluppare una strategia che sia capace di coinvolgere le comunità, partendo dalla partecipazione di tutti gli interlocutori e i portatori di interesse. Infine accompagnare questo con una disseminazione intelligente su tutti i canali e su tutte le piattaforme”.

Come promuovere/curare i luoghi della partecipazione?
“La comunicazione è un grande strumento di partecipazione perché permette a chi è in prima linea di alzare lo sguardo e vedere all’insieme dell’azione e non solo al proprio ruolo, contribuendo alla narrazione collettiva. L’operatore sociale è dentro una complessità fortissima che spesso tralascia una visione generale dei problemi, mentre oggi lo sforzo che dovremmo fare è quello di far comprendere le complessità sociali in modo semplice e diretto. Il coinvolgimento e la partecipazione, anche nei processi comunicativi, sono fondamentali per motivare l’operatore sociale”.

In quale relazione entrano con il Terzo settore i contenuti della rete che parlano di temi sociali?
“Il terzo settore è un attore fondamentale nel sociale, non solo perché svolge un ruolo operativo, ma anche perché può mantenere uno sguardo e una visione sui bisogni e sulle risposte sociali. In questo senso non dovrebbe rinunciare al suo ruolo di creatore e diffusore virale di contenuti positivi anche per contrastare il racconto negativo che, complici anche le dinamiche dei social media, stanno contribuendo ad un racconto incentrato sui temi negativi che crea stereotipi e pregiudizi”.

Esistono vie nuove per incidere al di fuori del perimetro classico della comunicazione sociale?
“Riuscire a raggiungere mondi inesplorati è una delle sfide centrali della comunicazione sociale. Le strategie per farlo possono essere molte, è un tema su cui riflettiamo da anni, ma è una riflessione che non si ferma mai perché cambiano in continuazione i perimetri stessi della comunicazione e le sue forme. Per questo occorre prima di tutto un pensiero, un approccio che valorizzi il più possibile, anche con storie e dati, chi opera nel sociale per renderlo più comprensibile e soprattutto notiziabile. In secondo luogo è fondamentale cercare alleanze comunicative fuori dai soliti mondi e in terzo luogo cercare di utilizzare al meglio le nuove piattaforme che sono accessibili a tutti, social media e non solo”.

Quali sono i principali strumenti concreti di lavoro per una corretta rappresentazione del welfare sociale?
“E’ necessario prima di tutto comprendere a fondo la complessità della sfera sociale e quanto la salvaguardia culturale di questa complessità sia fondamentale per mantenerne i presupposti. La complessità del welfare sociale deve però subire dei processi di semplificazione che siano capaci di rendere tale rappresentazione accessibile a tutti senza perderne il senso profondo. Per questo diciamo che la comunicazione sociale è anche e soprattutto la traduzione di un pensiero sociale. Comprendere a fondo i problemi e i contesti, valorizzare le risposte, utilizzare tutte le piattaforme in una narrazione costante e aggiornata della fatica, ma anche della grande importanza, di operare nel sociale”.

 

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Barbara Riva

Il Forum della Non Autosufficienza 2019 si apre con l’interessante sessione Plenaria “Elogio della non autosufficienza. Il valore del lavoro con le persone fragili” condotta dall’Arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita.

Particolarmente apprezzato per la grande capacità di affrontare tematiche di interesse etico e sociale, i suoi scritti hanno acceso interessanti dibattiti a livello nazionale ed internazionale su: la storia della povertà, il crollo del noi, la coscienza e la legge, la ricerca dell’anima. …

Con lui, sarà Rita Cutini, assistente Sociale, insegnante di discipline di servizio sociale presso l’Università Lumsa e l’Università Internazionale “Dante Alighieri” di Reggio Calabria. Nota a livello nazionale, attualmente membro del comitato scientifico della Rivista di Servizio Sociale dell’Istiss e di quella Esperienze Sociali, nonché del Consiglio Direttivo della SOSTOSS.

Due le provocazioni che Cutini muoverà per la “Lectio Magistralis” dell’Arcivescovo Paglia: la non autosufficienza considerata un peso in questa società e la non autosufficienza degli operatori sociali, troppo spesso lasciati soli, senza adeguata formazione, senza un sostegno di reti di fronte ad una società e ad esigenze sociali, che sono sempre più complesse. Operatori lasciati soli ad affrontare la solitudine delle persone non autosufficienti, la loro sempre maggiore mancanza di legami e possibilità di poter contare su qualcuno.

La vera malattia sociale, ovvero la frantumazione dei legami, oggi affligge infatti anche gli operatori sociali. Questi ultimi si trovano a ricoprire un ruolo di grande importanza sociale, senza poter vantare di basilari legami relazionali/professionali per farne fronte. Essi devono essere sempre più in grado di svolgere un lavoro sociale, che non può che essere di comunità e fatto di ibridazione del sapere e di interdisciplinarietà della forma e dell’approccio, ma che ancora così non è.

La Plenaria elogerà la non autosufficienza e aiuterà i presenti a riscoprirla come valore, li condurrà in questa riscoperta, proprio perché questo valore è spesso laddove non lo si vede. La capacità motivazionale dell’arcivescovo Paglia farà da volano nell’attivare nei partecipanti lo spirito giusto per ri-trovare quotidianamente la motivazione a lavorare con persone non autosufficienti, uno spirito fondamentale, essenziale, per poter svolgere questo compito, o meglio, questo ruolo sociale, in un’epoca che va controcorrente, che è alimentata da quella che Papa Francesco ha definito “Cultura dello Scarto”.

La professionalità in questo campo viaggia in stretta interdipendenza con la motivazione al ruolo e si alimenta con la riconferma del valore della non autosufficienza. Come molto probabilmente sentiremo durante la sessione Plenaria, sono proprio i malati invece che ci rendono virtuosi se li accogliamo con compassione, se con loro creiamo un rapporto di tipo empatico. La dignità di ognuno di noi, del resto, si riconosce nella differenza, nel modo in cui la accogliamo, la capiamo, l’accompagniamo. E qui sta il paradosso: il valore sociale del lavoro con le persone sta nel saper assumere la differenza, intenderla come la vivacità della società e quindi nel non considerare la non autosufficienza come un peso.

Lo dice bene Johan Sacks nel suo “La dignità delle differenze”: “Le civiltà non sopravvivono con la forza bensì con il modo con cui rispondono alla debolezza (…). L’ironica e tuttavia profondamente umana lezione della storia è che ciò che rende invulnerabile una cultura è la compassione che essa mostra nei confronti dei vulnerabili”.

Barbara Riva

Nel mondo della non autosufficienza vengono travolte non solo le persone che delle diverse forme di non autosufficienza rimangono vittime, ma anche tutti coloro che per amore, per scelta od anche “per forza” si trovano improvvisamente “attori della cura, eroi della cura”.

Flavio Pagano, noto giornalista, autore di numerosi libri e vincitore di numerosi premi letterari, definisce queste persone, in modo geniale: “curacari”. I “curacari” sono i familiari coinvolti nella malattia, sono coloro che esprimono con la loro vita l’amore dando vita ad un’“espressione assoluta del mistero dell’esistenza”. Per dirla con le parole dello stesso Pagano sono degli “operatori di felicità” o almeno sperano di esserlo per coloro i quali si prendono cura. Del resto i “curacari” spesso rappresentando per la persona non più autosufficiente l’unico sostegno e l’unico residuo legame con la realtà circostante.

Sarà lo stesso Pagano a parlarci di questo durante il workshop “Attori della cura, eroi della cura” di mercoledì 27 novembre (14,30-18,00) in occasione dell’11° Forum della Non Autosufficienza e dell’autonomia possibile organizzato dal Gruppo Maggioli.

Racconterò il quotidiano della cura, la lunga, impervia salita che si deve affrontare al fianco della persona colpita – anticipa Flavio Pagano – spesso rappresentando l’unico sostegno e l’unico residuo legame con la realtà circostante. La racconterò attraverso episodi semplici, nei quali tutti possano rispecchiarsi e ritrovarsi, ma cercando sempre l’angolazione più sfuggente e talvolta più ardua. Lo farò tramite la ricerca del doppio registro della tragicommedia. L’alzheimer non è la negazione della vita, né tanto meno ne è l’antitesi, è invece la sua estremizzazione, in velocità. La realtà dell’esistenza, quella di tutti noi, sia dei cosiddetti sani che dei cosiddetti matti/malati.
Conosciamo verità legate a quello che Cioran chiamava ‘l’inconveniente di nascere’, attraverso la malattia, in una maniera talvolta brutale. E l’angoscia è un nemico altrettanto pericoloso e infido della malattia stessa”.
Ci sono degli approcci più efficaci di altri perché un “curacari” riesca a trasmettere felicità o positività?

Sono mille le strategie utili per oliare il dolore e scivolare nel tempo in maniera più dignitosa -afferma Pagano -. E io racconterò quelle. A questo proposito mi soffermerò su una antichissima e al tempo stesso nuova disciplina: la cosiddetta medicina narrativa. ‘La parola cura’ diceva già Menandro: ed è una grande verità. Raccontare, raccontarci, raccontarsi ci aiuta non a guarire, ma a vivere, ed è quello, in fondo, il risultato più importante. Ma la cosa più importante è la fiducia nella vita: la vita siamo noi, e l’amore di chi cura un proprio caro, un amico, una persona vicina, o un perfetto sconosciuto, è l’unica espressione assoluta del mistero dell’esistenza. L’unico gesto, il curare – nel senso più quotidiano e semplice della parola – capace di dare davvero un senso alla vita, e dunque a noi stessi”.

Quindi, per rubarle un inciso del suo ultimo libro, fresco di stampa, “Oltre l’Alzheimer”, curando gli altri esploriamo e curiamo prima di tutto noi stessi e percorriamo un sentiero in cerca della felicità?

Sì, vuol dire cercare la felicità. Una ricerca legittima anche nelle situazioni più estreme, perchè soltanto una definizione della parola vita è capace di esprimere realmente il significato sull’esistenza: vita è tutto ciò di cui noi ci prendiamo cura. Che si tratti della nostra professione o di una scelta familiare, il fine di chi cura è sempre uno: coltivare la vita”.

Coordinati da Alessandro Cecchi Paone, giornalista e conduttore televisivo, che ha curato anche la prefazione dell’ultimo libro di Pagano, sottolineando l’importanza di non gettare la spugna e agire con amore e dolcezza di fronte al non saper “che fare, che dire e addirittura che emozioni provare di fronte al mistero di una mente che perde se stessa”, saranno attori di questo workshop altri nomi noti nel settore: Marco Trabucchi con una relazione dedicata a “La solitudine degli operatori” e Alberto Peretti con “E’ possibile essere felici in RSA?

 

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Barbara Riva

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