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Una carrellata di considerazioni e stimoli nella riflessione tutta dedicata all’integrazione tra socio e sanitario, quella che si terrà al workshop “Il Sociale nella Salute: esperienze a confronto”, giovedì 28 novembre a Bologna (ore 14,30-18,00) in occasione dell’11ª edizione del Forum della Non Autosufficienza e dell’Autonomia Possibile, organizzato dal Gruppo Maggioli.

Numerosi gli esperti provenienti da mondo universitario e da Aziende Sanitarie di diverse regioni, che dibatteranno sul tema portando differenti buone prassi in termini di politiche di sviluppo della Qualità e della valutazione dei Servizi (accountability dell’agire professionale come elemento di innovazione e di qualità), di approccio integrato (quali paradigmi? Cura o promozione della salute?), nonché di costruzione di strumenti di valutazione, nell’ambito della fragilità/cronicità, che possano dare voce ai determinanti sociali della salute.

Temi complessi e dai molteplici risvolti, quelli che verranno trattati, anche dovuti alle diverse organizzazioni sanitarie locali, aventi un obiettivo principe: l’integrazione tra il servizio sociale e le unità sanitarie. Non a caso, per fare solo una delle possibili anticipazioni sui contenuti del workshop, Carla Moretti del Centro di ricerca e Servizio sull’integrazione Sociosanitaria – Università Politecnica delle Marche tra i relatori, illustrerà un progetto sperimentale di modello organizzativo per l’integrazione dell’assistente sociale nell’unità territoriale Professionale della Medicina Generale.

Le sfaccettature del tema sono attualissime, come afferma, Paola Ferraguti, Assistente Sociale Senior dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo di Milano, anch’essa tra i relatori. “Siamo in un momento di criticità, sia per la tutela dei diritti umani (non sempre rispettati), che per la professione, che da sempre coltiva una dimensione relazionale oggi fortemente a rischio. Il tema delle vulnerabilità – sottolinea la Ferraguti – attraversa tutti: dalle persone che presentano delle difficoltà, che chiedono aiuto, ai professionisti che devono intercettare in modo adeguato i bisogni”.

Ovviamente in discussione il carattere economicista dell’attuale società e dei suoi servizi, dove il valore aggiunto di questi è sempre più spesso di tipo ‘economico’. “Ma la salute può “rendere”? Deve “rendere”? – chiede Ferraguti”.

Tante le provocazioni, come vedremo, con l’auspicio che i Servizi oggi si possano trasformare in opportunità. Del resto, sia in ambito sanitario che in ambito psico-socio-educativo risulta sempre più parcellizzata la risposta ai bisogni delle persone fragili, con una tendenza a porre al centro la malattia e non la persona nella sua complessità. Quale è il ruolo e quali sono i princìpi che indirizzano la programmazione, sulle politiche regionali, sullo sviluppo di posizioni gestionali e di governo dei processi e delle progettazioni zonali e aziendali? Cosa s’intende per “salute” oggi e come si risponde alle vulnerabilità che interrogano il Servizio Sociosanitario?

Tra le osservazioni/provocazioni che si susseguiranno durante l’interessante workshop, alcune vengono dall’esame delle disposizioni regionali, condotto dal Gruppo tematico Servizio Sociale professionale in Sanità dell’Ordine degli assistenti sociali della Lombardia, di cui Mirella Silvani, del suddetto ordine, ci anticipa alcune provocazioni: “Quale personalizzazione nella presa in carico del paziente cronico e fragile? Quale incidenza delle determinanti sociali nei Piani di Assistenza individuale? Quando si parla di VMD intendiamo tutti la stessa cosa? Com’è presente la valutazione della dimensione sociale? Nei percorsi di presa in carico delle persone non autosufficienti e fragili l’assistente sociale è figura sanitaria? Può funzionare un modello che basa l’integrazione sociosanitaria assegnando l’intervento sociale professionale agli ambiti sociali territoriali?”.

Su questi aspetti ed altri, la Silvani si confronterà oltre che con Carla Moretti, anche con Raffaella Fusaro, dell’Ordine Assistenti Sociali sempre della Regione Marche.

Sul versante tutela della salute, il workshop vanterà la presenza anche di Vittorio Agnoletto medico del lavoro, docente dell’Università degli Studi di Milano. Tra le sue provocazioni: “Stiamo passando da una visione olistica della medicina, abbandonata ormai da tempo, almeno a livello istituzionale, ad una medicina sempre più settoriale, e specialistica. La Lombardia ha addirittura approvato una riforma che prevede la separazione tra il medico per le patologie acute e il gestore per le patologie croniche. Tale situazione può comportare numerosi paradossi; un esempio e una domanda: un cittadino è seguito dal gestore per l’ipertensione e dal medico curante per un episodio febbrile concomitante. Si manifestano degli episodi di tachicardia: a chi dovrà rivolgersi il cittadino? Al gestore o al medico di medicina generale? In medicina si evidenzia sempre più l’importanza dei determinanti sociali, eppure contemporaneamente, in gran parte del mondo occidentale, l’intervento sanitario e quello sociale vengono separati e spesso resi estranei uno all’altro. Come si spiega questa contraddizione? Come potrebbe essere superata?”

Moderati da Renata Ghisalberti, Assistente Sociale, Paola Ferraguti discuterà con Merj Cai, Dirigente Struttura Organizzativa Semplice Qualità Professionale- Dipartimento Servizi Sociali – Azienda USL Toscana Centro sulla possibilità di inserimento del Servizio Sociale in Sanità (un errore o uno spazio riconosciuto?). Carla Monetti e Mirella Silvani dialogheranno con Raffaella Fusaro, Ordine Assistenti Sociali Regione Marche su tema “Fragilità e non autosufficienza: determinanti sociali della salute, approcci integrati alla valutazione e complessità organizzative”, mentre Vittorio Agnoletto dibatterà con Massimo Magi, Medico di Medicina Generale – Segretario FIMMG Regione Marche di “Servizio Socio Sanitario e cronicità: quale tutela al diritto alla salute?”.

Il workshop è a cura di Ordine Assistenti Sociali Lombardia, Ordine Assistenti Sociali Marche, Università Politecnica delle Marche, Federazione Medici Medicina Generale delle Marche. E’ rivolto professionisti che lavorano in Sanità all’interno di strutture socio-sanitarie pubbliche e private accreditate, con particolare riferimento alla professione dell’Assistente Sociale.

Per iscriverti al workshop e consultare l’intero programma del Forum NA cliccando qui.

Si parlerà di “metodo del non intervento” al workshop “Alzheimer e Montessori: due mondi solo apparentemente lontani”, condotto da Anita Avoncelli, pedagogista, esperta in organizzazione sociosanitaria, che si terrà all’11° edizione del Forum della Non Autosufficienza e dell’autonomia possibile del 27 e 28 novembre 2019.

Riprendendo la filosofia montessoriana e l’esperienza maturata nell’ambito della patologia dell’Alzheimer, Avoncelli mette in atto un lavoro che punta sulla persona piuttosto che sulla malattia, su un approccio di intervento che porta a non sostituirsi alla persona, sia pur malata di demenza, bensì a sostenerla nelle difficoltà: una strategia per farla sentire ancora attiva e in grado di relazionarsi all’ambiente che la accoglie, sia pur con un “corpo”, che è più vicino a quello dell’infanzia che a quello di una longeva vecchiaia.

E proprio rispettando le “funzionalità” di quel “corpo” che divengono, giorno per giorno più simili a quelle di un bambino piuttosto che di un adulto, Avoncelli approccia un percorso di terapia non farmacologica che sì rifà ai principi montessoriani.

Della persona affetta da demenza, ritiene infatti vadano sempre conosciuti e valorizzati i vissuti, quindi i mondi e i “segreti”, anche perché sono proprio i ricordi rispetto all’identità precedente che in queste persone ricoprono un ruolo fondamentale. La pedagogista punta a far leva sulle emozioni, ovvero su quella parte più emozionale del cervello, che permette persino di mantenere la capacità di comprendere se un gesto è fatto con amore e franchezza.

La visione della persona è sistemica e l’approccio (MMD) si rifà al concetto di retrogenesi”, che ben permette una corretta applicazione del metodo Montessori, fatto di libertà, autonomia e scelta. Le attività che si pensano per gli interlocutori sono molto semplici e si rifanno alla vita pratica, quotidiana (ad esempio: dividere oggetti tra morbido e liscio, realizzare sagome per allacciature, in modo tale che l’anziano utilizzandole pensi di cucire, separare semi, sfruttando i diversi loro colori, …). L’intento è quello di rispettare la storia e il vissuto delle singole persone e quindi anche le attività che si pensano per loro devono essere finalizzate a stimolare capacità transazionale e dare alle persone affette da demenza dei punti di riferimento utili a fermare il vagabondaggio.

Identità, relazione e cura sono i cardini dell’approccio in questione e portano a superare attività omologate e standardizzate per seguire questa tipologia di persone.

Con questa interpretazione, si supera l’azione di sorveglianza del malato da parte dell’operatore, il quale deve sempre meno dedicarsi alla sua gestione pratica, a favore di un approccio basato sulla “persona come persona” e non come compito.

All’operatore, o a chi si prende cura di loro, viene quindi richiesta la capacità di mettersi in sintonia con ogni singolo “paziente”, puntando la propria comunicazione, come si fa con i bambini, sugli aspetti del non verbale, particolarmente colti da questi soggetti rispetto a quelli verbali.

Tutto deve essere possibilmente rivisto alla luce di questo approccio e così Avoncelli sottolinea anche l’opportunità di creare ambienti a misura di questi pazienti (ambienti che in realtà sono molto simili a quelli a misura di bambino), che rispondano anche in termini di ristrutturazione e pianificazione degli spazi ai bisogni delle persone affette da demenza, al personale ed ai familiari che si recano in visita.

Anche l’ambiente per le persone affette da demenza dovrebbe essere infatti, secondo la pedagogista, costruito per permettere di favorire la libera scelta, l’autonomia e il coinvolgimento attivo di ogni singolo “paziente”, creando così un contesto di relazioni positive sia tra la persona affetta da demenza e quelle che le stanno accanto sia con l’ambiente stesso, al fine di ridurre segni di stress. Da qui l’idea di dar vita a vere e proprie Start up informatiche per la predisposizione di sistemi che possano agevolare il lavoro quotidiano dei diversi professionisti nel campo sanitario e sociale, nonché di proporre l’approccio montessoriano anche a società di architettura ad aziende di arredamento impegnate nella progettazione di ambienti o soluzioni che rispondano alle esigenze delle persone affette da demenza.

Barbara Riva

Allo “Stato dell’arte della stimolazione cognitiva nei pazienti affetti da disturbi cognitivi” sarà dedicato un intero workshop dell’11° edizione del “Forum della Non Autosufficienza” di Bologna (27 e 28 novembre 2019).

Il punto sulla stimolazione cognitiva sarà sviscerato in diversi suoi aspetti da professionisti, medici e neuropsicologi del Centro Disturbi Cognitivi e Demenze di Bologna, Ausl città di Bologna e dell’Ospedale Maggiore di Bologna UO Geriatria.

Sarà Luciano Romano, neuropsicologo ad aprire i lavori con una relazione su “Esperienza della Stimolazione Cognitiva, condotta presso il Centro Disturbi Cognitivi e Demenze di Bologna: un percorso di gruppo rivolto a persone affette da Mild Cognitive Impairment”. Il percorso fornisce alle persone uno spazio nel quale poter esprimere i propri vissuti legati alle difficoltà cognitive, apprendere alcune semplici strategie per migliorare la gestione nel quotidiano e svolgere esercizi per allenare e stimolare direttamente le funzioni cognitive.

Seguirà Sabrina Stinziani, anche lei neuropsicologa, con un intervento sul Setting della stimolazione cognitiva, quindi condizioni esterne od ambientali del setting e condizioni interne.  La Stinziani punterà sull’importanza degli ambienti in cui si svolgono le sessioni della stimolazione cognitiva, le caratteristiche dello spazio, la frequenza degli incontri, la durata del percorso, il costo, nonché sulla relazione che si sviluppa tra operatore/caregiver e utente, e la comunicazione che funge da strumento per sostenere la relazione.

Punterà invece sulla stimolazione cognitiva da includere a domicilio, Cristina Gueli, geriatra. Lo farà con una relazione dal titolo “La stimolazione cognitiva del paziente con deficit lievi-moderati dall’ambulatorio a domicilio”. Lo scopo è fornire strumenti idonei per la realizzazione della stimolazione cognitiva, un obiettivo che rientra tra le prescrizioni terapeutiche non farmacologiche. Porterà la sua esperienza sul campo. Un’esperienza che la tocca anche personalmente e dalla quale lei è riuscita a creare uno strumento utile e giocoso per aiutare i malati di demenza e i loro familiari: una sorta di “canale comunicativo” utile a rallentare un po’ gli effetti della malattia e per trascorrere in modo attivo ore insieme.

Toccando con mano il problema, grazie alle competenze maturate nel settore, ad un’attenta osservazione partecipata e al forte coinvolgimento emotivo che legava madre e figlia, Gueli è riuscita a mettere a punto un interessante strumento di lavoro per affrontare e contenere il più possibile la degenerazione mentale. Si tratta di una sorta di “ginnastica mentale” che ben si inserisce in un programma di stimolazione cognitiva, fatta di veri e propri esercizi di ginnastica per la mente, che l’autrice ha strutturato sotto forma di gioco e pensato al di fuori dei classici schemi didattici. Questi esercizi/gioco assumono un ruolo terapeutico per i disturbi della memoria e altri deficit cognitivi lievi-moderati. Sfruttando la plasticità neuronale è possibile infatti stimolare le funzioni cognitive residue, rallentando il processo degenerativo e incidendo in modo positivo anche nella sfera comportamentale. Sempre da sfruttare anche a domicilio, con lo stesso obiettivo, possono esserci anche altri interessanti strumenti, tra questi: i sudoku facilitati, la tombola visuale, il mandala, i puzzle ecc. Gli esercizi/gioco Gueli li ha pensati, affinché possano essere utilizzati per quei pazienti che vivono a casa o che non vogliono frequentare centri diurni o strutture similari. L’importante è scegliere tra questi strumenti quelli più idonei per il soggetto con quale si interagisce.

 

Barbara Riva

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