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Presentazione di uno studio clinico con malati di Alzheimer

Le terapie non farmacologiche

Le terapie non farmacologiche (che vanno da quelle prettamente psicologiche e psicoterapeutiche, a quelle psicosociali, alla musico-terapia, pet therapy, tecniche di riabilitazione e stimolazione cognitiva, arte terapia e l’insieme delle pratiche mediate dalle filosofie orientali come shiatsu, etc.) trovano sempre più spazio in ambiti di cura realizzando la loro natura di integrarsi al/nel processo di guarigione piuttosto che porsi come alternative alla medicina tradizionale. Questa integrazione risulta più matura e sviluppata in quegli ambiti medico/sanitari centrati sulla persona e non solo sulla la malattia, in particolare nel lavoro con le persone anziane e soprattutto con i malati di Alzheimer.

L’Alzheimer è una malattia da cui attualmente non si guarisce e le cure farmacologiche hanno solo il ruolo di rallentare il decorso della malattia. Invece, le cure non farmacologiche, fatte prevalentemente di tecniche di allenamento cognitivo e di supporto psicosociale, servono a dare dignità e senso alla vita quotidiana delle persone stimolando e rinforzando le capacità restanti e a ridurre i livelli di ansia e di depressione a cui inevitabilmente vanno incontro i malati che giorno dopo giorno devono fare i conti con le loro “perdite”.

Vieppiù, l’umanizzazione delle cure recita che in qualunque stadio della malattia, anche nelle condizioni terminali “c’è sempre qualcosa da fare” per il ben-essere della persona.

A supporto di queste pratiche curative, si racconta che nell’antica mitologia greca, Esculapio padre della medicina, aveva due figlie: Panacea e Igea. La dea Panacea era deputata alla ricerca continua dei rimedi per “curare” e guarire le malattie; la dea Igea, invece, insegnava ai greci come essere sani orientandoli alla moderazione in tutte le forme di comportamento e praticare l’arte dello star bene lavorando sulle sorgenti della salute, sulle risorse anziché sui difetti.

Le dee Igea e Panacea, invocate all’inizio del Giuramento di Ippocrate, hanno avuto un ruolo rilevante per la salute, ma nel corso della storia Panacea ha preso il sopravvento su Igea, cioè la medicina si è maggiormente concentrata sullo studio e la guarigione dalle malattie e ha messo in secondo piano l’arte dello star bene e di quello che oggi chiamiamo promozione e prevenzione della salute.

Partendo dall’esperienza “insolita e originale” dello shiatsu nel lavoro con le persone anziane, proponiamo questo incontro allo scopo di dare un contributo sia per la creazione di un rapporto stringente tra la medicina occidentale e quella orientale da cui lo shiatsu deriva, sia  tra la medicina occidentale organicista e biologista e le discipline non farmacologiche, la cui domanda va sempre più affermandosi e consolidandosi.

Soprattutto la persona malata, ma anche chi vuole migliorare il proprio ben-essere globale ed è alla ricerca di soluzioni ‘alternative’ alle pratiche farmacologiche, deve essere guidata e indirizzata dal medico e dagli operatori socio-sanitari nell’ottica di una visione olistica della salute in cui ogni persona viene considerata come parte unica e irripetibile di un determinato ambiente nel quale vive in stretta correlazione e in cui gioca un ruolo attivo nel proprio processo di guarigione.

Questi ed altri aspetti comuni alle pratiche non farmacologiche, costituiscono la parte mancante della la medicina occidentale che si è andata sempre più parcellizzando fino a diventare ultraspecialistica; i fantastici risultati ottenuti e l’incontrastata supremazia conquistata in svariati ambiti come la chirurgia, le malattie infettive, etc. non sarà minimamente intaccata se la stessa riuscirà ad aprire lo sguardo verso altri approcci che chiedono di dialogare e arricchirsi reciprocamente per permettere di chiudere il cerchio.

A cura di Brigida Modesti

 

Lo studio clinico su Shiatsu applicato a pazienti malati di Alzheimer

Nella Residenza Protetta ‘Non ti scordar di me’ di Castel Giorgio (TR) da novembre 2015 si sta portando avanti il Progetto ‘Shiatsu&Alzheimer’ grazie al sostegno dell’Associazione Alzheimer Orvieto Onlus. Il progetto nasce su proposta dell’operatrice Daniela Piola e nella sua convinzione che lo Shiatsu possa rappresentare una tecnica di rilassamento profondo ma anche una tecnica che permette di ‘stare insieme’, di ‘stabilire un contatto’ e ‘comunicare senza parlare e soprattutto senza bisogno di capire’ da parte del malato di Alzheimer. Nei tre anni di pratica dello Shiatsu su pazienti ad uno stadio medio-grave di malattia, all’esperienza si è affiancato uno studio clinico con raccolta di dati e informazioni volto a valutare l’efficacia di questo trattamento in termini di possibilità da parte dell’operatrice di entrare in relazione con il ricevente. Nel workshop verranno illustrati alcuni grafici realizzati sulla base del materiale prodotto che mostrano interessanti e incoraggianti risultati nonché i miglioramenti ottenuti con il trattamento Shiatsu con riferimento ad alcuni indicatori quali: lo stato di vigilanza, lo stato di rilassamento osservato, la respirazione, la pressione arteriosa e il battito cardiaco.

Nella sessione pratica del Workshop si cercherà inoltre di mostrare ai partecipanti come la presenza, l’ascolto, l’intenzione che caratterizzano questo trattamento vengono percepiti dal ricevente senza passare per il canale cognitivo e questo, per il malato di Alzheimer, è chiaramente l’aspetto più significativo.

Lo Shiatsu è una pratica a mediazione corporea che utilizza la pressione, sempre calibrata sulle possibilità del ricevente, per stabilire con lui un contatto molto particolare frutto dell’esperienza, della sensibilità e della professionalità di chi lo pratica. La pressione viene portata sul corpo del ricevente dolcemente e con un ritmo molto lento che favorisce il rilassamento. La pressione portata sul ricevente con il palmo della mano o con le dita, in particolare il pollice, rappresenta un input che l’operatrice invia al corpo del ricevente il quale risponde in modo semplice, intuitivo, senza filtri e senza condizionamenti. L’operatrice, attenta e in ascolto di questa risposta, orienta in questo modo il suo lavoro dando nuovi input e favorendo uno scambio continuo e reciproco. Questo scambio è il cuore della relazione che si stabilisce tra operatrice e ricevente (che sia sano o malato), ma che nel caso di un paziente Alzheimer costituisce il valore aggiunto della scelta di questa disciplina che permette appunto di ‘stare insieme senza parlare’.

“Insieme” è una parola fondamentale. E questi pazienti, che sembrano irrimediabilmente isolati dalla malattia e dalla demenza, sono in grado almeno per un po’, di stabilire legami.

Oliver Sacks

A cura di Daniela Piola