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Si parlerà di “metodo del non intervento” al workshop “Alzheimer e Montessori: due mondi solo apparentemente lontani”, condotto da Anita Avoncelli, pedagogista, esperta in organizzazione sociosanitaria, che si terrà all’11° edizione del Forum della Non Autosufficienza e dell’autonomia possibile del 27 e 28 novembre 2019.

Riprendendo la filosofia montessoriana e l’esperienza maturata nell’ambito della patologia dell’Alzheimer, Avoncelli mette in atto un lavoro che punta sulla persona piuttosto che sulla malattia, su un approccio di intervento che porta a non sostituirsi alla persona, sia pur malata di demenza, bensì a sostenerla nelle difficoltà: una strategia per farla sentire ancora attiva e in grado di relazionarsi all’ambiente che la accoglie, sia pur con un “corpo”, che è più vicino a quello dell’infanzia che a quello di una longeva vecchiaia.

E proprio rispettando le “funzionalità” di quel “corpo” che divengono, giorno per giorno più simili a quelle di un bambino piuttosto che di un adulto, Avoncelli approccia un percorso di terapia non farmacologica che sì rifà ai principi montessoriani.

Della persona affetta da demenza, ritiene infatti vadano sempre conosciuti e valorizzati i vissuti, quindi i mondi e i “segreti”, anche perché sono proprio i ricordi rispetto all’identità precedente che in queste persone ricoprono un ruolo fondamentale. La pedagogista punta a far leva sulle emozioni, ovvero su quella parte più emozionale del cervello, che permette persino di mantenere la capacità di comprendere se un gesto è fatto con amore e franchezza.

La visione della persona è sistemica e l’approccio (MMD) si rifà al concetto di retrogenesi”, che ben permette una corretta applicazione del metodo Montessori, fatto di libertà, autonomia e scelta. Le attività che si pensano per gli interlocutori sono molto semplici e si rifanno alla vita pratica, quotidiana (ad esempio: dividere oggetti tra morbido e liscio, realizzare sagome per allacciature, in modo tale che l’anziano utilizzandole pensi di cucire, separare semi, sfruttando i diversi loro colori, …). L’intento è quello di rispettare la storia e il vissuto delle singole persone e quindi anche le attività che si pensano per loro devono essere finalizzate a stimolare capacità transazionale e dare alle persone affette da demenza dei punti di riferimento utili a fermare il vagabondaggio.

Identità, relazione e cura sono i cardini dell’approccio in questione e portano a superare attività omologate e standardizzate per seguire questa tipologia di persone.

Con questa interpretazione, si supera l’azione di sorveglianza del malato da parte dell’operatore, il quale deve sempre meno dedicarsi alla sua gestione pratica, a favore di un approccio basato sulla “persona come persona” e non come compito.

All’operatore, o a chi si prende cura di loro, viene quindi richiesta la capacità di mettersi in sintonia con ogni singolo “paziente”, puntando la propria comunicazione, come si fa con i bambini, sugli aspetti del non verbale, particolarmente colti da questi soggetti rispetto a quelli verbali.

Tutto deve essere possibilmente rivisto alla luce di questo approccio e così Avoncelli sottolinea anche l’opportunità di creare ambienti a misura di questi pazienti (ambienti che in realtà sono molto simili a quelli a misura di bambino), che rispondano anche in termini di ristrutturazione e pianificazione degli spazi ai bisogni delle persone affette da demenza, al personale ed ai familiari che si recano in visita.

Anche l’ambiente per le persone affette da demenza dovrebbe essere infatti, secondo la pedagogista, costruito per permettere di favorire la libera scelta, l’autonomia e il coinvolgimento attivo di ogni singolo “paziente”, creando così un contesto di relazioni positive sia tra la persona affetta da demenza e quelle che le stanno accanto sia con l’ambiente stesso, al fine di ridurre segni di stress. Da qui l’idea di dar vita a vere e proprie Start up informatiche per la predisposizione di sistemi che possano agevolare il lavoro quotidiano dei diversi professionisti nel campo sanitario e sociale, nonché di proporre l’approccio montessoriano anche a società di architettura ad aziende di arredamento impegnate nella progettazione di ambienti o soluzioni che rispondano alle esigenze delle persone affette da demenza.

Barbara Riva